Il Sogno Infranto di Marcuse nel 2025

Contrasto tra repressione e liberazione tecnologica
La visione di Marcuse nell'era digitale
Matteo 5 min

Qualche giorno fa, mentre aiutavo i miei a riordinare una vecchia libreria impolverata, mi sono imbattuto in una copia di “Eros e Civiltà” di Herbert Marcuse. Ho deciso di portarlo con me e l’ho letto durante il viaggio in treno verso Roma. Pagina dopo pagina, ho scoperto di avere tra le mani un’opera straordinaria. Mentre leggevo, il mio smartwatch continuava a vibrare per le notifiche, e non potevo fare a meno di rabbrividire pensando a quanto Marcuse fosse stato profetico nel prevedere questa nostra “prigione digitale dorata”.

La Repressione che Non Sapevamo di Volere

Marcuse parlava di “surplus di repressione” - quella repressione che va oltre il necessario per la sopravvivenza della civiltà. Nel 1955, questa si manifestava nel lavoro alienante della fabbrica. Nel 2025, ha assunto una forma più sottile e pervasiva, incarnata nella costante connettività digitale che permea le nostre vite. Le notifiche incessanti dei nostri dispositivi non sono altro che catene digitali che ci tengono legati al principio di prestazione, interrompendo costantemente il flusso naturale della nostra esistenza.

Le moderne piattaforme di lavoro hanno trasformato le attività professionali in una sorta di videogioco perverso. Pensiamo ai rider della gig economy, che ricevono “bonus” per le consegne veloci e “punti esperienza” per le recensioni positive, o agli sviluppatori valutati in base a “streak” di commit su GitHub. Questa trasformazione del lavoro in una competizione continua, con classifiche e ricompense, non è altro che un modo sottile per mascherare lo sfruttamento dietro una facciata di divertimento. Proprio come nei videogiochi, siamo spinti a “salire di livello” e battere nuovi record, dimenticando che non si tratta di un gioco, ma della nostra vita reale. Non è più il capo con il cronometro a controllarci, ma un algoritmo che monitora ogni nostro movimento, ogni nostra pausa, ogni nostro respiro digitale.

Il Principio di Prestazione nell’Era Digitale

Il “principio di prestazione”, che Marcuse identificava come la forma storica del principio di realtà, ha subito una mutazione profonda nell’era digitale. Oggi questo principio si manifesta attraverso una rete invisibile di sistemi di monitoraggio e valutazione costante. Le app di produttività, gli analytics personali, i sistemi di performance tracking non sono altro che l’incarnazione moderna di quella che Marcuse chiamava la “razionalità tecnologica”, una logica che riduce ogni aspetto dell’esistenza umana a numeri e metriche.

Ma la vera perversione di questo sistema sta nel fatto che siamo noi stessi a richiederlo, a desiderarlo. Abbiamo interiorizzato a tal punto il principio di prestazione che cerchiamo attivamente nuovi modi per quantificare e ottimizzare ogni aspetto della nostra vita, dal sonno all’esercizio fisico, dalle relazioni sociali al tempo libero.

La Grande Illusione della Libertà Digitale

La “desublimazione repressiva” di cui parlava Marcuse - quella falsa liberazione che in realtà serve il sistema - ha trovato nei social media la sua massima espressione. Ci illudiamo di essere liberi di esprimerci, di connetterci, di creare, ma ogni nostra azione è mediata da algoritmi che standardizzano, classificano e monetizzano le nostre interazioni più intime.

Questa libertà illusoria si estende anche al mondo del lavoro. L’automazione, che Marcuse vedeva come potenziale strumento di liberazione dall’alienazione lavorativa, ha invece creato nuove forme di schiavitù. Oggi lavoriamo più ore di prima, siamo sempre raggiungibili, e l’idea stessa del “tempo libero” è stata colonizzata dalla logica della produttività.

La Tecnologia come Strumento di Controllo

La visione marcusiana della tecnologia come strumento di dominazione sociale si è realizzata in modi che nemmeno lui avrebbe potuto immaginare. Nel 2025, accettiamo volontariamente forme di sorveglianza che avrebbero fatto rabbrividire gli abitanti del 1955. Scambiamo la nostra privacy per piccole comodità, sottoscriviamo termini di servizio che ci trasformano in prodotti, e chiamiamo tutto questo “progresso”.

La razionalità tecnologica che Marcuse criticava ha raggiunto il suo apice nel movimento del Quantified Self, dove ogni aspetto dell’esistenza umana viene ridotto a dati da analizzare e ottimizzare. Le relazioni umane stesse sono state trasformate in metriche: like, follower, connessioni professionali, tutti indicatori di un successo sociale quantificabile e misurabile.

L’Abbondanza che Imprigiona

L’automazione e il progresso tecnologico avrebbero dovuto, secondo Marcuse, liberarci dalla scarsità e quindi dalla repressione. Invece, nel 2025 ci troviamo prigionieri di un’abbondanza che paralizza. L’eccesso di scelte, di informazioni, di connessioni ha creato una nuova forma di scarsità: quella dell’attenzione, del tempo, della pace mentale.

Il lavoro, invece di diminuire grazie all’automazione, si è moltiplicato e frammentato. Il “side hustle” è diventato una necessità, la produttività una religione, e il riposo viene visto come una forma di spreco. La promessa di liberazione attraverso la tecnologia si è trasformata in una nuova forma di schiavitù volontaria.

Verso una Nuova Sensibilità

La via d’uscita, secondo Marcuse, richiedeva lo sviluppo di una “nuova sensibilità”, un modo diverso di percepire e vivere il mondo. Nel 2025, questa trasformazione diventa più urgente che mai. Dobbiamo recuperare una dimensione dell’esistenza non mediata dalla tecnologia, riscoprire il piacere del tempo “improduttivo”, del gioco, dell’arte.

La tecnologia stessa deve essere ripensata non come strumento di controllo ma di liberazione autentica. Questo significa sviluppare strumenti che rispettino realmente i ritmi naturali della vita umana, che favoriscano la creatività invece di standardizzarla, che connettano le persone invece di isolarle.

Conclusione: La Sfida del Nostro Tempo

Nel 2025, le parole di Marcuse risuonano più attuali che mai. Come scriveva in “Eros e Civiltà”: “Il progresso tecnico stesso fornisce la razionalità per la perpetuazione della non-libertà”. Ma fornisce anche gli strumenti per superarla. La sfida del nostro tempo è trasformare la tecnologia da strumento di repressione a mezzo di liberazione autentica.

Il primo passo è la consapevolezza critica della nostra condizione. Solo riconoscendo le catene digitali che ci legano possiamo iniziare a liberarcene. La tecnologia può essere uno strumento di emancipazione, ma solo se impariamo a usarla invece di essere usati da essa.

P.S. Sì, c’è una certa ironia nel discutere di liberazione dalla tecnologia attraverso un blog. Ma come sosteneva Marcuse, le contraddizioni possono essere produttive - l’importante è esserne consapevoli e lavorare per superarle. E ora, forse, è il momento di spegnere il computer e riprendere in mano quel libro del 1955 che ha ancora tanto da insegnarci.

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